Il restauro

L’ombra di quella quercia lasciava intravedere solo a sprazzi il suo vecchio corpo. Giaceva lì, ormai profondamente segnato dal tempo e il suo cuore stava per spegnersi. Mai nessuno avrebbe saputo delle passate glorie e nessuno avrebbe più sentito la sua potente voce né tantomeno avrebbe saputo riconoscere quell’essere  abbandonato al suo lento decadimento. Tutti si chiedevano come potesse continuare così: non sarebbe stato meglio farla finita?

NO. Ogni giorno dopo la scuola un ragazzo, sognando, passava davanti all’antico e curato giardino in cui era deposta quella belva che non ruggiva più: eh si, era proprio sublime quell’esemplare di Parilla WildCat…

Restauro: una parola mille significati, celati nelle nostre menti in trepidante attesa di venir fuori, di farci scoprire ogni volta una sfumatura diversa di questo termine così usato ma, spesso, poco compreso.

Alcuni vedono il restauro come un’operazione atta a riportare un veicolo alle condizioni di fabbrica. Questa definizione è corretta ma del tutto impersonale, è la risposta che ci fornirebbe un robot, ma noi non siamo robot e non possiamo limitarci ad una visione così superficiale.

Dietro un restauro c’è un universo, che si spande dal (temuto) aspetto economico alla dimensione emotiva di chi lo commissiona e di chi lo compie, passando per il valore storico che un intervento di questo genere assume. Guardate la Gioconda, il David, il Colosseo, belli vero? Tutti li osserviamo con ammirazione, a volte non sapendo neanche perché, solo seguiamo un comportamento stereotipato che impone riverenza verso ciò che è universalmente considerato una grande opera. Ma scaviamo un po’ più a fondo: cos’è effettivamente un’opera degna di valore, se non un oggetto che meglio degli altri “racconta” un’epoca, un evento, un istante che ha marcato indelebilmente la storia?

A fronte di una simile riflessione risulta facile credere che ogni oggetto, anche il più banale, potrà essere considerato, un giorno, un capolavoro. Avrete capito ormai a cosa voglio giungere; il restauro di una moto è un evento che dona nuova vita ad un’opera, come si fa con un dipinto, e il restauratore va certamente considerato un artista. Chi ha voglia di obiettare potrà dire che magari quel modello è stato fabbricato in migliaia di esemplari, ma nel sostenere questo non valuta la storia individuale del singolo veicolo. Credo che adesso qualcuno avrà già intuito quale sia la dimensione emotiva cui accennavo su.

Immaginatevi da ragazzini, a passare davanti al negozio Cagiva vicino casa e sperare di potere, un giorno, guidare l’ultima release della Mito 125, di diventare un tutt’uno con essa, invidiato dai ragazzi e ammirato dalle ragazze. Poi arrivano i sedici anni e il sogno si realizza. La Mito n° 14395 adesso è nel garage, ma a voi non importa quante ne sono state prodotte: ne esiste una sola. Da quel momento la moto cresce con voi, diventa la migliore amica. Ma solo quando, sfortunatamente, sopraggiunge il momento di separarsene ci rendiamo conto del legame che si è instaurato e che difficilmente si romperà. Tutti abbiamo provato o proveremo sentimenti analoghi.

Proprio da qui ha origine l’idea di restaurare una moto, il nobile desiderio insito nel cuore di ogni appassionato di poter vedere la propria “piccola” prendere vita una seconda volta.

Adesso facciamo un passo indietro e cerchiamo di risalire alle origini storiche del restauro. Come accennato, esso affonda le radici nella volontà di riportare agli antichi fasti un’opera meritevole di tali attenzioni; è chiaro che tale impulso nasce dalla consapevolezza dell’importanza storica del pezzo e dalla coscienza della necessità di lasciarlo ai posteri in una condizione adeguata.

Come ben noto, i “secoli bui” del Medioevo non lasciano spazio al pensiero del singolo, il libero sfogo delle proprie passioni e idee è messo al guinzaglio dalla ricerca della pura spiritualità.  Con queste prerogative appare ancora impensabile il concetto di restauro, ma qualcosa sta cambiando… pian piano le certezze della fede vanno sgretolandosi lasciando crescere una maggiore fiducia nell’uomo e nelle sue possibilità, non a caso questo periodo è universalmente conosciuto come Umanesimo.  Inevitabilmente, i continui studi nelle materie più disparate conducono ad una rapida evoluzione culturale, però sempre incentrata sulla riproduzione e la valorizzazione dei grandi classici greci e latini: il termine ‘Rinascimento’ è più che sufficiente a chiarire l’importanza di questi anni.

Ormai la macchina è partita, infatti il concetto di restauro, inteso nel senso moderno del termine, nasce proprio nei primi secoli del Seicento e da allora rimane fondamentalmente immutato fino ad oggi, salvo alcune differenze nel modo di concepire la tecnica di attuazione.

Esistono due correnti di pensiero: la prima è a favore di interventi che si “mimetizzino” nell’originale seguendone lo stile, la seconda professa un intervento più drastico volto a rendere evidenti le modifiche attuate per permettere di avere la chiara percezione di quale effettivamente sia l’opera originaria. Personalmente ritengo più proficuo il primo tipo di intervento in quanto il restauro, come accennato, deve dare nuova gloria al soggetto e difficilmente ci riuscirà se alla fine esso si presenta come un’accozzaglia di forme e stili discordanti. Aldilà delle preferenze personali, nel caso delle moto, è da preferire questo metodo anche per motivi pratici, infatti a volte risulta davvero complicato adattare ricambi recenti a delle “vecchiette”.

La saracinesca saliva pian piano, e con essa anche l’ansia di rivederla dopo otto lunghi mesi. La rumorosa armatura metallica aveva fatto sfuggire un luccichio ai nuovi cerchi che calzavano delle aggressive Metzeler tassellate. Presto la brillantezza delle ruote aveva lasciato spazio a quella del tubo di scarico di sezione generosa che si snodava sinuosamente fino al silenziatore di forma conica aperto verso l’alto, come quelli delle migliori moto da pista. Dalla parte opposta si notava la possente quanto mostruosa testata, degna dell’immaginazione di Mary Shelley, che, scalpitando come un cavallo rinchiuso, aspettava solo l’attimo giusto per dare sfogo alla sua potenza. A tenere a freno l’animale imbestialito, provvedeva il serbatoio, dalla linea classica e pacata ma al contempo sicura e audace, un ottimo domatore in grado di mitigare il carattere di quell’essere così cattivo e assetato di fango qual era parso finora.

Nel complesso era meravigliosa, non era solo una moto, ma aveva anima e carattere propri, una visione sublime e al contempo terrificante. Il ragazzo si avvicinò intimorito, però appena in sella, si accorse dell’altro volto di quella WildCat: l’aspetto docile di un gatto randagio che, se preso con le buone, si rivela mansueto e accomodante. Una calciata sulla pedivella e il cuore ricominciò a battere e a ruggire forte, bastò un tocco all’acceleratore e fu amore…

LRC